“L’arresto della comandante della Sea Watch è l’epilogo di una vicenda che è l’emblema del tempo in cui stiamo vivendo. Già solo uno dei capi d’accusa per Carola Rackete è esplicativo: resistenza a nave da guerra. Uno Stato, una nazione del G8, un pilastro dell’Unione europea, schiera una nave da guerra per impedire a una nave che ha salvato 53 migranti da un naufragio di attraccare in un porto sicuro. Solo fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile, ora è addirittura un evento atteso, auspicato, indotto. Già, perché tutto porta a pensare che questo sia stato un esito cercato e voluto.

Questa non è gestione politica. È incompetenza, vigliaccheria e cinismo dei diversi attori in gioco. La verità è che qualcuno voleva la foto della capitana in manette, ha agito per creare le condizioni perché ciò avvenisse, prospettando una interminabile attesa al limite delle nostre acque territoriali e poi una inutile tortura a un miglio da Lampedusa. Ha avuto la foto che voleva, da dare in pasto a un ambiente avvelenato, che ha assorbito una narrazione completamente deformata dei fatti e della posta in gioco, manco si trattasse dell’arrivo di un carico di scorie nucleari e del capitano di un equipaggio composto da zombie mangiacervello colpevoli delle peggiori atrocità.

Fino a prova contraria, però, la Capitana ha violato un ordine probabilmente illegittimo, infrazione per la quale pagherà una multa, e ha forzato un blocco per ragioni di necessità, accettando di pagarne le conseguenze. Ma ha portato in salvo, a casa, 42 persone. Pensate a questo quando guarderete quella foto dell’arresto”.

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